mercoledì 28 settembre 2016

La Strage di Oderzo avvenuta tra il 30 aprile e il 15 maggio 1945, fu l’esecuzione sommaria di 120-144 persone appartenenti alle forze armate della R.S.I., Repubblica Sociale Italiana.
Il 28 aprile 1945 nella Casa Canonica di Oderzo fu firmato, presenti l’abate parroco don Domenico Visentin e il nuovo sindaco della città Plinio Fabrizio, un accordo di resa tra il Comitato di Liberazione Nazionale rappresentato dal sig. Sergio Martin e il col. Giovanni Baccarani, comandante della Scuola allievi ufficiali di Oderzo della RSI. e il maggiore Amerigo Ansaloni comandante del battaglione Romagna della RSI. In tutto si arresero 126 uomini del Battaglione Romagna e 472 della scuola allievi ufficiali.
I militari  consegnarono le armi.
Successivamente sopravvenne la brigata “Cacciatori della pianura” delle Brigate Garibaldi, legate al Partito Comunista Italiano, che non accettò l’accordo del Comitato di Liberazione Nazionale.
Al finire della guerra contro Il nemico esterno le Brigate affini al Partito Comunista tendevano a ricevere ordini da una propria organizzazione, assai più che dal CLN.
La brigata era comandata dai partigiani “Bozambo”, “Tigre”,”Biondo”, Jim” (pseudonimi).
Dopo un processo ritenuto sommario (per l’alto numero di condanne in appena due giorni) tenuto presso il cortile del Collegio “Sigismondo Brandolini”, gestito dai Giuseppini del Murialdo, cominciarono le “esecuzioni”, condotte con particolare violenza, tra il 30 aprile e il 15 maggio 1945.


In alto da sinistra: il diciassettenne Guido Bacchetto, di Cornuda e Amedeo Clementini, figlio del segretario comunale di Oderzo, volontari di guerra, assassinati nella seconda strage a Ponte della Priula; Adolfo Zanusso e Renato Battista Nespolo fucilati dopo atroci sevizie nel primo eccidio di Monticano, Giuseppe Della Torre, di Camino di Oderzo. Questi prelevato a casa sua e incarcerato il 29 Aprile dal partigiano Rino De Luca (Ferro) era tra coloro che erano stati graziati dopo la vibrante protesta del clero e del sindaco do Oderzo, Tiziano Tonin, ventiquattrenne di Oderzo, volontario delle Brigate Nere

Circa 120 furono gli uccisi il 30 lungo l’argine del fiume Piave presso il Ponte della Priula; altri furono uccisi in seguito.
Un particolare impressionante fu il 16 maggio, che per le nozze di due partigiani, il “Biondo” e “Anita” (pseudonimi) cui furono augurati dodici figli, si provvide, come atto propiziatore, all’uccisione di dodici allievi ufficiali della scuola, avvenuta nei pressi del Ponte della Priula.
Il 16 maggio 1953 alcuni degli autori della strage furono condannati a pene variabili da 30 a 24 anni di reclusione.
Scontarono solo 5 anni.
 Velletri. Attilio Da Ros, il sanguinario Tigre, 
fotografato al suo ingresso nella gabbia degli imputati
 Velletri. In una pausa del processo gli imputati, sicuri e sprezzanti, posano per i fotografi
Velletri. Al processo per la strage testimoniano i firmatari del patto di resa. 
Da sinistrasi Monsignor Domenico Visentin, Vescovo di Oderzo.  Il sindaco ing. Fabrizio, il Col. Baccarani comandante la scuola All. Uff., Il Magg. Ansaloni comm. del batt. Bologna e Sergio Martin presidente del C.L.M. di Oderzo

La Strage di Oderzo, avvenuta in due fasi il 30 aprile e il 15 maggio 1945, fu l’esecuzione sommaria di centotredici persone appartenenti o sospettate di appartenere alla Repubblica Sociale Italiana o al Partito Fascista.

Il 28 aprile 1945 nella Casa Canonica di Oderzo (Treviso) fu firmato, alla presenza del parroco, abate Domenico Visentin, e il nuovo sindaco della città Plinio Fabrizio, un accordo tra il Comitato di Liberazione Nazionale, rappresentato dal sig. Sergio Martin, e da due rappresentanti della RSI, il colonnello Giovanni Baccarani, comandante della Scuola Allievi Ufficiali di Oderzo, e il maggiore Amerigo Ansaloni, comandante del Battaglione Romagna.

Il risultato dell'accordo, che prevedeva la consegna delle armi per un lasciapassare partigiano per rientrare a casa, fu la resa incondizionata di tutte le forze fasciste di Oderzo. In tutto circa 600 uomini, 130 appartenenti a due battaglioni, il "Bologna" e il "Romagna" e 470 allievi della scuola ufficiali di Oderzo, i quali consegnarono le armi concentrandosi nei locali del "Sigismondo Brandolini", collegio gestito dai Giuseppini del Murialdo a sud della città.

Poco dopo giunsero in città i partigiani della brigata "Cacciatori della pianura", appartenenti alla Brigate Garibaldi e legati al Partito Comunista Italiano i quali, venuti a sapere dei fascisti concentrati al Brandolini, decisero di considerare nullo l'accordo preso e di istituire un tribunale di guerra.

Compito del tribunale di guerra era applicare in modo rigido la cosiddetta "Legge della Montagna", un insieme di disposizioni interne al gruppo per stabilire le pene da applicare a tedeschi e fascisti.

Il processo si tenne a ritmo forsennato nei giorni 29 e 30 aprile presso il cortile del Collegio: i condannati dal tribunale furono circa un centinaio. Un numero alto per appena due giorni di attività, ed è per questo che si ritiene che il tribunale operò in maniera sommaria e superficiale, condannando probabilmente anche degli innocenti. I verbali del processo, secondo i partigiani, furono sottratti da qualcuno o distrutti da un incendio.

Le prime eliminazioni avvennero già la mattina del 30: tredici prigionieri furono prelevati in due fasi dalle carceri, fucilati lungo le rive del Monticano e gettati nel fiume.

Nel pomeriggio i cento condannati, più altri ventiquattro aggiunti sul momento, furono schierati in cortile, in un clima di confusione e disorganizzazione dovuta alla pioggia e alla sete di vendetta di alcuni presenti. A tutti furono legati le mani dietro la schiena e detto che sarebbero stati trasferiti in un campo di concentramento.

Al momento di partire ci si accorse che negli unici mezzi a disposizione, un'ambulanza e un grosso camion di bestiame, non c'era posto per tutti: fu così che alcuni rimasero al Brandolini e, senza saperlo, si salvarono la vita. Tra questi alcuni militi del "Romagna": nessuno aveva cercato i loro nomi sulla lista dei condannati o sui verbali del processo, tanto da lasciare pensare che probabilmente tali documenti non furono mai redatti.

A sera i due camion, scortati, partirono per Ponte della Priula, impiegando circa due ore a compiere gli appena 22 km di distanza. Dopo essere stati tradotti in un grande prato presso le rive del Piave, furono tutti uccisi.

Un particolare impressionante è datato 16 maggio, quando in occasione delle nozze di due partigiani, il "Biondo" e "Anita" (pseudonimi), cui furono augurati dodici figli, si provvide, come atto propiziatore, all'uccisione di dodici allievi ufficiali della scuola, avvenuta sempre nei pressi del Ponte della Priula.

Tra gli autori della strage vanno ricordati tale "Bozambo", detto "Il boia di Montaner", nominato vice-capo della Polizia di Oderzo, e Gino Simionato detto "Falco", originario di Preganziol, tristemente noto nella Marca Trevigiana per numerose efferatezze essendo stato coinvolto, tra l'altro, nella strage della cartiera di Mignagola. La mattina del primo maggio gli esecutori della strage costrinsero dei contadini a seppellire i cadaveri.

Tre giorni dopo la strage i "Cacciatori della Pianura", probabilmente su pressione del CLN - che aveva tentato di opporsi all'eccidio - si assunsero la responsabilità dell'accaduto, con un manifesto affisso in città il 4 maggio:

« Determinato dalla necessità dello stato di guerra, Codesto Comando il 30 aprile dovette procedere alle esecuzioni capitali dei criminali di guerra, dopo regolare processo della propria Corte Marziale, che necessariamente ha agito al di fuori di ogni avvicinamento sia con il Cln locale, sia con la Commissione Giustizia. »

(Brigata Cacciatori della Pianura)

Due giorni dopo,un partigiano di Faenza, giunto a Oderzo e dichiaratosi commissario politico della ventottesima Brigata Garibaldi "Mario Gordini", chiese e ottenne a fatica di prelevare dalle carceri cittadine e dai rinchiusi al Brandolini altri tredici prigionieri, militi della Guardia Nazionale Repubblicana che avevano agito nella sua zona per poi scappare a nord.

Ma invece di ricondurli in Romagna per il processo, il 15 maggio l'ignoto partigiano insieme a Bozambo condusse i tredici sempre a Ponte della Priula. Di questi dodici furono fucilati a mezzanotte; il tredicesimo, un ragazzo di 18 anni che affermava di conoscere la cassa del Battaglione Romagna, venne giustiziato nei pressi della chiesa di Fontanelle.

Il 16 maggio 1953, al termine del processo tenutosi a Velletri, alcuni degli autori della strage furono condannati a pene variabili, dai ventiquattro ai trenta anni di reclusione. Tuttavia il momento politico e i forti condizionamenti politici che già avevano impedito un serio processo di epurazione, suggerirono al Parlamento e al governo di varare una serie di amnistie e condoni ad ampio raggio, grazie ai quali i condannati per la strage scontarono solo cinque anni di detenzione. Nel 1957 infatti la Corte d'appello di Roma estinguerà per amnistia i reati in quanto commessi in "lotta contro il fascismo".

A ricordo della strage i sopravvissuti innalzarono un piccolo cippo presso il luogo delle esecuzioni. Fu segretamente inaugurato la notte del 4 novembre 1966; la mattina dopo era già stato imbrattato di vernice rossa.

A distanza di sessant'anni, la ferita per i tragici eventi di quei giorni non si è ancora pienamente rimarginata, e lo dimostrano le polemiche che di solito seguono alle commemorazioni di questa strage.

Cimitero di Susegana (treviso)
In questa fossa comune rimasero sepolti per molti anni, dopo i massacri del 1945
numerosi appartenenti al presidio delle forze armate della R.S.I. di Oderzo
 Ponte della Priula (argine del Piave)
Cippo a ricordo del sacrificio di 113 legionari per mano dei partigiani
della brigata Garibaldi "cacciatori della pianura"

Cimitero di Susegana (Treviso)
La Cripta-Ossario dei Caduti della Scuola Allievi Ufficiali della G.N.R. di Oderzo